Il vero nemico del giornalismo digitale è la disconnessione con il pubblico
Nel mondo dei media digitali, ogni discussione strategica inizia e finisce spesso con un nome: Google. Core update, volatilità SEO, calo di traffico da Discover, penalizzazioni varie. È diventato quasi un riflesso pavloviano. Quando le visite calano, è colpa dell’algoritmo.
Ma c’è una verità più scomoda. Il vero nemico del giornalismo digitale è l’irrilevanza crescente che il nostro lavoro ha, per una parte sempre più ampia del pubblico, non Google.
I dati mostrano un pubblico che si allontana
Il Digital News Report 2024 del Reuters Institute lo conferma con i numeri.
- Il 39% degli utenti globali dichiara di evitare regolarmente le notizie.
- In Italia siamo al 36%, in crescita di 7 punti in un solo anno.
- Tra i giovani italiani (18-24 anni), la news avoidance tocca il 47%.
- La fiducia nei media è ferma al 40% a livello globale.
- Solo il 38% degli utenti UK si dichiara “molto interessato” all’attualità (era il 70% nel 2015).
Siamo davanti a una crisi emotiva, cognitiva, culturale. Le persone non si limitano a essere meno coinvolte. Stanno scegliendo, attivamente, di evitarci.
E quando un giornalismo viene evitato, ignorato, saltato… che ruolo può ancora avere?
La nuova invisibilità editoriale
Anche tra chi ancora legge le news sui siti, una parte crescente lo fa “al riparo” dagli occhi (e dai ricavi) degli editori.
- 1 utente su 5 nel mondo utilizza regolarmente un AdBlocker.
- Un altro 10% lo attiva occasionalmente.
- Le nuove normative sulla privacy e i banner “rifiuta tutti” hanno abbassato drasticamente il tasso di consenso alle CMP, riducendo la percentuale di traffico monetizzabile.
- Come ha osservato la direttrice digitale del Guardian, “le pagine monetizzabili stanno già calando” a causa dei troppi utenti che rifiutano i cookie.
Risultato? Un pubblico invisibile che consuma notizie senza lasciar tracce utili né per la pubblicità, né per la strategia editoriale.
Un problema anche emotivo
Se alcuni giornalisti stessi ammettono pubblicamente di “non riuscire più a reggere le notizie” per proteggere la propria salute mentale, cosa possiamo aspettarci da un pubblico più fragile, più giovane, più lontano?
Le ricerche raccontano perché le persone evitano le notizie. La prima ragione è che le notizie sembrano deprimenti, ansiogene, irrisolvibili. Poi c’è la percezione di un’informazione faziosa, manipolativa, irrilevante. Cresce un senso di impotenza, non posso farci niente, o pura saturazione emotiva. E cresce la voglia di formati alternativi, brevi, visivi, leggeri, contestualizzati. Gli utenti, nel frattempo, si rifugiano altrove, podcast, creator, social, intrattenimento.
Non è un caso se quasi metà dei giovani considera le emozioni centrali nelle scelte quotidiane. Chi comunica oggi deve tenerne conto.
Redazioni disallineate, un problema interno
C’è poi un altro aspetto poco discusso, ma determinante. La frattura interna corre tra chi produce i contenuti e chi analizza il comportamento del pubblico, decidendo le strategie digitali.
Troppo spesso giornalisti e team digital non parlano la stessa lingua. In molte redazioni si scrive ancora come per un quotidiano di carta, ignorando le pratiche digitali, gli strumenti, i segnali che il pubblico manda. E il prodotto editoriale viene giudicato dopo, e spesso solo per i clic, senza capire davvero il contesto, gli obiettivi di ogni contenuto, la relazione con chi legge.
In questo disallineamento la tecnologia diventa un sospetto, non un alleato. Il risultato? La Generazione Z va altrove. E non guarda indietro.
La crisi di attenzione e la lettura che non c’è
L’utente medio oggi non legge. Scorre. Salta. Blocca. Ignora.
- La soglia di attenzione si è abbassata parecchio.
- La maggioranza degli utenti legge solo i titoli, o non apre affatto l’articolo.
- Aumenta il tempo speso su piattaforme dove le news arrivano per “osmosi”: TikTok, Instagram, YouTube Shorts.
Tutto questo mina l’engagement, certo, ma soprattutto la funzione sociale dell’informazione. Se le notizie si percepiscono soltanto, senza essere davvero lette, cosa sta trasmettendo l’ecosistema dell’informazione digitale?
Un circolo vizioso che si autoalimenta
Meno lettori = meno ricavi = meno investimenti in qualità = più scorciatoie = più sfiducia = meno lettori.
Ecco il cortocircuito in cui rischia di implodere il giornalismo digitale.
- Il pubblico evita le news perché le vive come negative, inutili o pesanti.
- Gli editori reagiscono puntando su titoli clickbait, automazione, standardizzazione e ossessione per le metriche.
- Il pubblico percepisce la deriva e si allontana ancora di più.
Siamo parte attiva di un meccanismo che, per sopravvivere, si sta autodistruggendo.
Una domanda per l’intero comparto
Non abbiamo bisogno di una nuova scorciatoia per fare traffico, né di un segreto SEO nascosto o di una dashboard piena di KPI. Abbiamo bisogno di fermarci e chiederci:
- Come siamo arrivati al punto in cui quasi metà dei giovani evita deliberatamente le notizie?
- Quando abbiamo smesso di ascoltare davvero il pubblico, per inseguire solo i dati?
- Cosa succede se la prossima generazione di lettori non arriva più?
Non ho risposte definitive. Ma so per certo che il vero rischio è perdere la connessione con i nostri lettori, non il prossimo core update. L’editoria non muore solo per un algoritmo. Muore anche quando le persone smettono di crederci, e spesso non se ne accorge nessuno finché non è troppo tardi.
Se lavori in una redazione, in un’agenzia media, in una tech company, o semplicemente sei un lettore interessato al futuro dell’informazione, ti chiedo una cosa. Che cosa vedi tu? Hai esperienze, visioni o riflessioni da condividere?



